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Lacrima e Verdicchio, confessioni di un sommelier per passione

Ripreso il ritmo di lavoro dopo un’estate a dir poco piena, ecco di nuovo il bisogno di mettere nero su bianco e raccontare un po’ di noi. Indirettamente, parlare di Lacrima e Verdicchio significa spiegare il perchè della nostra scelta e far conoscere l’essenza di questi vitigni autoctoni che tanto ci rendono fieri.

Oggi chi ci parla del suo punto di vista è Federico Radini, diplomato al Master Alma AIS, sommelier per passione, che abbiamo conosciuto durante la calda stagione appena trascorsa. L’avrete sicuramente notato aggirarsi tra le colline ad assaggiare le perle che i produttori coltivano in cantina, a migliorare il suo palato con un gran sorriso e un entusiasmo a dir poco contagioso. Lui, come noi, è appassionato delle storie che risiedono nel calice e allora bando ai tecnicismi e via libera ai pensieri più sinceri…

Se parliamo di Verdicchio…

Tra me e il Verdicchio non è decisamente stato amore a prima vista, mi sembrava difficile da bere, con quelle note amare come la mandorla, l’anice e a volte dure, terree; poi l’alto tenore alcolico che invadeva la bocca, in grado di annientare anche i palati più tenaci. Questo il mio primo ricordo del Verdicchio, di quello fatto in casa, dove non si usava una diraspatrice o una pigiatrice, strumenti di più recente costruzione e si finiva per estrarre dai chicchi tutti i polifenoli e le parti più amare. Solo oggi capisco che il Verdicchio va trattato con delicatezza sin da principio, altrimenti regala tutto quello che ha, nel bene e nel male.

Iniziando il corso da sommelier, sono riuscito ad avere un miglior approccio anche se continuavo a preferire altri profumi, altri vini bianchi. Ma si sa, tante volte l’amore non segue la strada più corta, e infatti, in un lontano Dicembre del 2013 partecipai ad una degustazione storica di “San Sisto” di Fazi e Battaglia, degustazione che partiva dalla più recente vendemmia fino al 1993. Mi dissi che poteva essere una degna esercitazione per l’imminente esame finale e così andai volentieri, più per lo studio che per il vitigno che ancora non sapevo sarebbe diventato il mio favorito. Quel giorno, più andavo indietro con le annate che ci venivano servite, più rimanevo meravigliato dalla freschezza di quel vino, dalla facilità che mai avevo provato nel berlo. Insomma, rimasi folgorato e inequivocabilmente rapito proprio da chi avevo spesso lasciato in disparte.

Ne colsi il potenziale inespresso, ne carpii la sua eleganza nell’invecchiare, ne percepii la versatilità ovvero la capacità di essere sia bollicina che riserva, mantenendo il suo carattere e un certo retrogusto elegante.

E la Lacrima?

Con la Lacrima ho subito avuto un gran feeling. È un vino dal profumo inebriante, soprattutto se bevuto giovane, un vino allegro, socievole. Il colore rosso intenso, con quelle sferzate di riflessi purpurei che tanto lo caratterizzano, fa presagire un sapore pieno e corposo, quasi da masticare. Il gusto, morbido e avvolgente, che invade tutta la bocca, ricorda un giardino, creando riminiscenze di ciliegie, more e frutta rossa. Un vino a cui ho voluto bene sin da subito.

Parliamo dei tuoi abbinamenti preferiti…

Il Verdicchio lo associo spesso al pesce, che sia fritto o meglio ancora arrosto, ma non solo. Lo abbino altrettanto volentieri ad un tagliere nostrano, dal ciauscolo alla lonza, di quelle per metà grassa per metà magra, passando per il salame lardellato e l’immancabile pecorino, il tutto contornato da fava appena colta, com’è d’ordine nel più tradizionale pic-nic del Primo Maggio.

Ma l’associazione più divertente che voglio condividere è più che altro un ricordo, che mi rimanda a quelle sere estive con la carbonella accesa, tante salsicce e spuntature a cuocere e il momento della cena che si fonde con quello della preparazione, in un susseguirsi di saluti e stuzzichini portati un po’ da tutti. Non c’è niente di meglio del Verdicchio come aperitivo per rinvigorire il palato e pulire la bocca, per attenuare il caldo della brace tra un assaggio e l’altro, mentre le chiacchiere scorrono fluide e la cottura va controllata di tanto in tanto.

La Lacrima, mi conduce immediatamente all’immagine di una bella grigliata, di quelle corpose, dai pezzi importanti come bistecche, costate, tagliata. Se ben cotte, di solito prediligo una Lacrima superiore, per la sua intensità e la persistenza in bocca, mentre per le cotture al sangue vince quella più giovane, profumata e allegra. L’ideale, poi, è aprirla in autunno, quando fuori inizia la prima foschia, fa abbastanza fresco da accendere il camino e le castagne scoppiettano invitanti. E’ lei la bottiglia ideale in quelle sere perchè giovane, fresca e profumata, perchè ricorda l‘estate appena trascorsa e allo stesso tempo riscalda l’anima e ravviva l’allegria. Se poi l’amate particolarmente come me, va benissimo anche da sola, in un bicchiere ampio che ne esalti i sapori, che aiuti a capirne ogni sfumatura, mentre si legge un buon libro o in dolce compagnia.

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